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Era stato, come me, militare, e aveva mantenuto un’aria da ufficiale di cavalleria. Gli chiesi come mai non avesse ceduto la Fiat, quando sarebbe stato un affare: “È un esercito nazionale, non posso trasformarla in legione straniera”, rispose severo». Sono passati dieci anni, dottor Kissinger. Come è cambiato il ricordo del suo amico? «Penso spesso a Gianni. Sono felice di averlo incontrato. Dietro il formidabile ruolo pubblico di leader, si nascondeva l’anima di un uomo solo, che accettava la solitudine della dinastia, del comando. Spero di averlo fatto sentire qualche volta meno solo. Capisco ora perché corteggiasse così il pericolo, in guerra, in mare, sugli sci. Volare con lui – lei ricorderà, perché qualche volta è stato con noi e io l’avvisavo: “Mangi prima, ché sugli aeroplani di Agnelli non si serve cibo!”

era mozzafiato, faceva atterrare il pilota anche nelle peggiori condizioni. Mi disse: “Da ragazzo rischiavo la vita per gioco, e ce l’avevo tutta davanti. Adesso la assaporo ogni giorno”. Con la sua famiglia Gianni è stato leale, con gli amici che aveva scelto magnifico, riservato, senza effusioni. Quando faceva chemioterapia a New York, andavo a trovarlo ogni giorno. Era preoccupato per la crisi dell’Iraq, la polemica Usa-Europa, lui atlantista storico». Nell’ultima telefonata prima di morire mi disse: America e Europa vivono il momento peggiore tra loro dal ’45, intervisti Kissinger, chiami a nome mio. «Classico Gianni! Non si lagnava del suo male. La moglie Marella, quando aveva quasi perduto la vista, mi telefonò: “Gianni sta meglio, guarda pure la partita”. Ascoltava l’audio, fingendo per rassicurarla. Chiesi allora a uno dei medici: Mister Agnelli soffre?

“I dolori di questo male sono atroci, doctor Kissinger”, rispose». Come lo ricorderà la Storia? «Leader attento alle relazioni internazionali e al lavoro nel suo Paese. Equilibrato in un tempo di nazioni e fazioni. Patriota italiano, grande europeo, amico dell’America. Per qualcuno sono contraddizioni, per me definiscono il mio amico Gianni. I miss him, mi manca». Il primo lavoro che affida in azienda al nipote John Elkann è guidare la transizione digitale del gruppo, Fiat, Juve, Ferrari, La Stampa. Impresa tosta, mettere online i metalmeccanici: «Considerava i nipoti suoi inviati nel futuro, ma li guidava alla Storia. Una volta mi invita a Torino: “Se non capisci Torino e la Fiat, non capirai l’Italia”. C’era una mostra su Cavour che fa la guerra in Crimea per ridare all’Italia peso in Europa. Mi porta a visitare lo scranno di Cavour in Parlamento, e con sé ha John. Lezione per due».